La biblioteca di Babele

Nel suo racconto La Biblioteca di Babele, Jorge Luis Borges descrive una biblioteca che

si compone di un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, circondati da ringhiere bassissime. Da qualunque esagono, si vedono i piani inferiori e superiori: interminabilmente. La distribuzione delle gallerie è invariabile. Venti scaffali, cinque lunghi scaffali per lato, coprono tutti i lati tranne due; […]. Una delle facce libere dà su uno stretto atrio, che sbocca in un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. […]. Da lì passa la scala a chiocciola, che si inabissa e si eleva verso lo spazio remoto.

Borges, oltre che essere un grande scrittore, era uno che coi suoi racconti sapeva farti fumare il cervello e La Biblioteca di Babele ne è un esempio chiarissimo, per la quantità di domande e riflessioni che genera.

Che forma ha davvero la Biblioteca?

Sembra una domanda semplice, in fondo c’è scritto nel racconto come è fatta, no? Come al solito, però, le cose sono più complicate perché tradurre le indicazioni dell’autore in un progetto che funzioni davvero è più difficile di quel che sembra.

Lasciando stare tutte le possibili ricostruzioni della Biblioteca, quello che colpisce subito una persona che conosce un po’ di geometria o di cristallografia, è la forma delle gallerie.

Come Borges sapeva, e come sanno anche le api e i produttori di matite, si può ricoprire un piano senza lasciare spazi vuoti e senza fare sovrapposizioni solo con alcuni poligoni regolari, cioè: triangoli, quadrati ed esagoni. Qualsiasi altro poligono regolare lascerebbe dei vuoti o andrebbe a sovrapporsi coi suoi vicini.
(Si possono fare ricoprimenti con poligoni non regolari, come i rettangoli, o con altre figure piane. 

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AUTORE: Dr. Diego Tonini
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